Lo sfruttamento “dalle persone alle persone”. A che punto è la vertenza Gls a Napoli e provincia
(articolo tratto da https://napolimonitor.it/ )
Sono trascorsi due anni da quando, nel marzo 2024, una settantina di corrieri scendevano in sciopero davanti ai cancelli del magazzino Gls di Napoli. Due anni di mobilitazioni che hanno rotto un lungo schema di invisibilità e rassegnazione, in un contesto caratterizzato da disoccupazione di lunga durata, deindustrializzazione, povertà diffusa e sacche estese di economia informale.
A differenza delle precedenti lotte nei magazzini della logistica nel nord Italia, guidate prevalentemente da migranti, qui il protagonista è il proletariato urbano marginale costituito da giovani italiani, spesso provenienti dai quartieri popolari, con esperienze di lavoro intermittenti, prive di tutele o informali. Gente che ha trovato nella logistica dell’ultimo miglio l’unico approdo occupazionale possibile in uno scenario segnato dalla disoccupazione. Lavoratori che hanno preso la parola sfidando lo stigma sociale che li ha storicamente etichettati come soggetti di dubbia moralità e con una scarsa attitudine al lavoro; uno stigma capace di ostacolare l’emergere del conflitto collettivo e di depotenziare la loro capacità di azione e rivendicazione; persone che a un certo punto si sono accorte della propria condizione di sfruttamento e precarietà, e hanno iniziato a camminare su un terreno già contaminato da conflitti, appropriandosi di pratiche sviluppate nel corso di mobilitazioni passate e costruendo alleanze con altre realtà del lavoro organizzato quali il movimento di lotta per il lavoro dei disoccupati organizzati Banchi Nuovi e il sindacato di base Sol Cobas. Se per i disoccupati la strada, non avendo una fabbrica, ha rappresentato a lungo il luogo dell’azione collettiva, per i corrieri la strada ha rappresentato lo spazio di lavoro, e quindi del conflitto.
Sembra una beffa, ma il motto che definisce la multinazionale Gls racchiude in sé la natura predatoria dello sfruttamento che si fonde con l’espropriazione. “Dalle persone alle persone”, recita lo slogan. Una narrazione aziendale fatta di “sogni, storie e speranze”, che nasconde un meccanismo che macina diritti per produrre profitto, poiché a produrre il profitto sono le persone di cui parla lo slogan, le stesse che in questi anni hanno deciso di mobilitarsi contro un metodo studiato a tavolino per risparmiare centesimi sulla pelle di chi lavora.
Proviamo a descriverlo, questo metodo. La logistica napoletana è caratterizzata da una elevata frammentazione della filiera, resa possibile dal ricorso al subappalto e da pratiche illegali che derivano dai processi di scomposizione del ciclo logistico-distributivo. Osserviamo da vicino la struttura organizzativa di Temi Spa, che si configura come un paradigma esemplare di quella frammentazione neoliberista del lavoro in cui il franchising del marchio globale Gls viene gestito attraverso una complessa architettura di subappalti a cascata. La Temi Spa del signor Tavassi, società a capo della filiera, mantiene il controllo strategico con ottantacinque dipendenti diretti, a fronte di una massa di circa trecentocinquanta lavoratori indiretti, alle dipendenze di una galassia di ditte fornitrici gestite dai cosiddetti padroncini, ognuno dei quali possiede una flotta variabile di furgoni. Sotto il marchio Gls, gestito sul territorio campano dal colosso Temi Spa, abbiamo quindi una rete di lavoratori intrappolati in una spirale di appalti e subappalti ombra. L’illegalità, anche in questo caso, è considerata parte integrante del modello di business: un fenomeno che l’European Trade Union Institute definisce come “istituzionalizzazione delle pratiche illegali” nella somministrazione di manodopera.
La vertenza aperta nel marzo 2024 tra Napoli e provincia ha fatto emergere un sistema che opera al di fuori della legalità contrattuale per garantire la redditività a una rete di fornitori-padroncini che provano a spartirsi la ricchezza con la committenza a spese della forza lavoro. Questa scomposizione della filiera non risponde solo a logiche di efficienza distributiva, ma istituisce una tecnologia di governo della forza lavoro in cui corrieri e facchini vengono relegati in una condizione di invisibilità e vulnerabilità. In questo quadro, la mobilitazione rappresenta non solo una rivendicazione salariale, ma un atto di ricomposizione politica volto a spezzare lo schermo dei subappalti e a trasformare una forza lavoro esternalizzata e stigmatizzata in un soggetto collettivo riconosciuto e legittimato.
Eppure Gls Italy e le sue articolazioni logistiche sono state già messe sotto inchiesta, tra il 2021 e il 2024, dalla magistratura milanese guidata dal pubblico ministero Paolo Storari. Ricorso sistematico a cooperative e società filtro che nascono e muoiono nel giro di pochi anni, fatture false per operazioni inesistenti, caporalato. Quanto sta accadendo a Napoli e provincia da anni, riflette lo schema descritto da Storari con una differenza fondamentale; mentre a Milano la Procura ha stabilito che il committente Gls Italy non può far finta di non vedere cosa accade nei propri magazzini, rendendolo responsabile in solido dei reati commessi dai fornitori, nella vertenza napoletana c’è un terzo anello della catena: la Temi Spa del signor Tavassi. In tal modo Gls Italy cerca di smarcarsi, definendosi un semplice franchisor, scaricando ogni colpa su Temi Spa e sui padroncini fornitori del servizio di consegna. E se a Milano l’inchiesta ha portato a maxi-sequestri e assunzioni, a Napoli sindacato e lavoratori denunciano che l’Ispettorato del lavoro e la magistratura locale non hanno ancora agito con la stessa fermezza contro la galassia dei subappalti-ombra di Tavassi e soci, attori con potere di mercato e relazioni consolidate all’interno delle istituzioni.
Gli scioperi e il blocco dei flussi dell’ultimo miglio hanno costretto le controparti a mutare strategia. Sebbene la reazione iniziale di Temi sia stata caratterizzata da un rifiuto pregiudiziale delle trattative, accompagnato da minacce verbali e dal ricorso alla forza pubblica per la rimozione dei picchetti, la persistenza del conflitto ha imposto l’apertura di un tavolo negoziale. Questa fase successiva ha condotto alla firma di un contratto di secondo livello e al riconoscimento formale di diritti precedentemente negati in ambito salariale e contributivo, segnando un primo, fondamentale punto di rottura nei confronti del regime di illegalità e sfruttamento preesistente.
Un altro risultato dei due anni di mobilitazione ha riguardato la riconfigurazione del ricorso al subappalto. La vertenza ha prodotto l’accorciamento della filiera distributiva, che ha visto la riduzione dei fornitori di servizi dell’ultimo miglio. Questa contrazione del subappalto non deve essere interpretata come un superamento automatico della frammentazione: sebbene diminuisca il numero di entità giuridiche intermedie, l’organizzazione del lavoro mantiene la medesima densità operativa, come dimostrato dall’invarianza del numero di furgoni impiegati e dal gioco sporco di scatole cinesi delle ditte fornitrici in combutta tra loro e la committenza. Questa ristrutturazione sembra rispondere più a un’esigenza di razionalizzazione del controllo che a una reale scomposizione dei processi distributivi e lavorativi.
E così arriviamo ai tempi più recenti. Dal punto di vista di committenti, padroni e padroncini, la mobilitazione ha ridotto il margine di profitto. Ossessionati dalla redditività, questi attori di mercato hanno preso le dovute contromisure. La contro-risposta aziendale si è articolata attraverso una strategia repressiva, una sistematica campagna di delegittimazione e svalutazione simbolica dei lavoratori in sciopero, volta a isolare politicamente la protesta e a ripristinare lo stigma sociale come strumento di disciplinamento. Tale offensiva si è concretizzata in un uso strumentale del potere disciplinare, con sospensioni e trasferimenti punitivi diretti contro i delegati sindacali.
Gls Italy è rimasta apparentemente a guardare. I padroncini sono andati a battere cassa dalla committenza, il signor Tavassi, per rinegoziare i termini dei contratti di appalto per il servizio di distribuzione. Tavassi ha risposto loro di affossare l’accordo di secondo livello siglato con il sindacato Sol Cobas a maggio 2024, esito della mobilitazione dei lavoratori. Dopodiché è stata creata una crisi artificiale. I volumi di merce sono stati spostati strategicamente su società satellite di Tavassi per giustificare un calo di lavoro e svuotare i magazzini dove la presenza sindacale è più forte, smistando le merci su filiere in cui regna ancora il lavoro nero e il mancato rispetto del contratto collettivo (in altre parole, dove la redditività è maggiore).
È evidente che la crisi attuale dei volumi non è frutto delle oscillazioni di mercato, ma di una disputa interna tra il signor Tavassi e i fornitori sulla sostenibilità economica delle tariffe per il servizio di consegna. L’obiettivo è quello di svuotare i magazzini per giustificare tagli al personale e minacciare i lavoratori con la cassa integrazione. La crisi artificiale è dunque funzionale all’annullamento degli accordi migliorativi.
I padroncini hanno aperto la cassa integrazione per i lavoratori sindacalizzati, attuata con modalità illegittime, senza autorizzazione Inps e al di fuori di ogni consultazione sindacale. Ciò avviene mentre nei magazzini Gls-Temi continua a regnare il lavoro povero, con personale contrattualizzato per quattro ore a 6,40 euro l’ora, ma costretto a turni reali di otto, nove ore senza pausa pranzo. L’esempio più evidente di questa gestione è avvenuto a inizio aprile con la Napoletana Transport. Non appena i lavoratori si sono sindacalizzati, l’azienda ha risposto con un messaggio WhatsApp: licenziamento immediato senza preavviso e disdetta dell’appalto con Gls. Chi si organizza per i propri diritti viene espulso dal circuito. I padroncini, invece di efficientare i processi, rispondono tagliando i diritti, negando i Tfr e attivando la cassa integrazione fittizia per scaricare sulla collettività il rischio d’impresa. Il tentativo di svuotare i magazzini e spostare le merci su filiere grigie è una manovra mirata a ricostruire la redditività laddove il sindacato l’aveva minacciata imponendo il rispetto dei contratti e della legge. Per il padronato, un lavoratore che pretende la trasferta a 25 euro e lo scatto di anzianità è un lavoratore che abbassa la redditività.
Il ricatto sul Tfr in cambio della rinuncia alla responsabilità in solido è l’ultimo tassello di questa logica: un tentativo disperato di ripulire i bilanci dalle passività accumulate, garantendo ai soci di Temi Spa margini di profitto liberi dai debiti verso chi quel valore lo ha materialmente prodotto guidando quei furgoni per le strade trafficate di Napoli e provincia.
Dinanzi a questo scenario, l’Ispettorato del lavoro appare come un’arma spuntata. Nonostante anni di denunce per lavoro nero e sfruttamento, nessun provvedimento concreto è stato eseguito. Anche il Tribunale di Napoli ha sollevato dubbi, ipotizzando reati quali l’interposizione illecita di manodopera e frode nelle conciliazioni passate. Ma dalle parole non siamo passati ancora ai fatti.
Dopo il blocco dell’hub di Marcianise del 13 aprile scorso, il Sol Cobas ha annunciato una mobilitazione permanente che coinvolgerà circa cinquecento lavoratori. La richiesta è una sola: l’internalizzazione immediata di tutti i corrieri e facchini presso Gls Entreprise. Non si tratta solo di una rivenSono trascorsi due anni da quando, nel marzo 2024, una settantina di corrieri scendevano in sciopero davanti ai cancelli del magazzino Gls di Napoli. Due anni di mobilitazioni che hanno rotto un lungo schema di invisibilità e rassegnazione, in un contesto caratterizzato da disoccupazione di lunga durata, deindustrializzazione, povertà diffusa e sacche estese di economia informale.
A differenza delle precedenti lotte nei magazzini della logistica nel nord Italia, guidate prevalentemente da migranti, qui il protagonista è il proletariato urbano marginale costituito da giovani italiani, spesso provenienti dai quartieri popolari, con esperienze di lavoro intermittenti, prive di tutele o informali. Gente che ha trovato nella logistica dell’ultimo miglio l’unico approdo occupazionale possibile in uno scenario segnato dalla disoccupazione. Lavoratori che hanno preso la parola sfidando lo stigma sociale che li ha storicamente etichettati come soggetti di dubbia moralità e con una scarsa attitudine al lavoro; uno stigma capace di ostacolare l’emergere del conflitto collettivo e di depotenziare la loro capacità di azione e rivendicazione; persone che a un certo punto si sono accorte della propria condizione di sfruttamento e precarietà, e hanno iniziato a camminare su un terreno già contaminato da conflitti, appropriandosi di pratiche sviluppate nel corso di mobilitazioni passate e costruendo alleanze con altre realtà del lavoro organizzato quali il movimento di lotta per il lavoro dei disoccupati organizzati Banchi Nuovi e il sindacato di base Sol Cobas. Se per i disoccupati la strada, non avendo una fabbrica, ha rappresentato a lungo il luogo dell’azione collettiva, per i corrieri la strada ha rappresentato lo spazio di lavoro, e quindi del conflitto.
Sembra una beffa, ma il motto che definisce la multinazionale Gls racchiude in sé la natura predatoria dello sfruttamento che si fonde con l’espropriazione. “Dalle persone alle persone”, recita lo slogan. Una narrazione aziendale fatta di “sogni, storie e speranze”, che nasconde un meccanismo che macina diritti per produrre profitto, poiché a produrre il profitto sono le persone di cui parla lo slogan, le stesse che in questi anni hanno deciso di mobilitarsi contro un metodo studiato a tavolino per risparmiare centesimi sulla pelle di chi lavora.
Proviamo a descriverlo, questo metodo. La logistica napoletana è caratterizzata da una elevata frammentazione della filiera, resa possibile dal ricorso al subappalto e da pratiche illegali che derivano dai processi di scomposizione del ciclo logistico-distributivo. Osserviamo da vicino la struttura organizzativa di Temi Spa, che si configura come un paradigma esemplare di quella frammentazione neoliberista del lavoro in cui il franchising del marchio globale Gls viene gestito attraverso una complessa architettura di subappalti a cascata. La Temi Spa del signor Tavassi, società a capo della filiera, mantiene il controllo strategico con ottantacinque dipendenti diretti, a fronte di una massa di circa trecentocinquanta lavoratori indiretti, alle dipendenze di una galassia di ditte fornitrici gestite dai cosiddetti padroncini, ognuno dei quali possiede una flotta variabile di furgoni. Sotto il marchio Gls, gestito sul territorio campano dal colosso Temi Spa, abbiamo quindi una rete di lavoratori intrappolati in una spirale di appalti e subappalti ombra. L’illegalità, anche in questo caso, è considerata parte integrante del modello di business: un fenomeno che l’European Trade Union Institute definisce come “istituzionalizzazione delle pratiche illegali” nella somministrazione di manodopera.
La vertenza aperta nel marzo 2024 tra Napoli e provincia ha fatto emergere un sistema che opera al di fuori della legalità contrattuale per garantire la redditività a una rete di fornitori-padroncini che provano a spartirsi la ricchezza con la committenza a spese della forza lavoro. Questa scomposizione della filiera non risponde solo a logiche di efficienza distributiva, ma istituisce una tecnologia di governo della forza lavoro in cui corrieri e facchini vengono relegati in una condizione di invisibilità e vulnerabilità. In questo quadro, la mobilitazione rappresenta non solo una rivendicazione salariale, ma un atto di ricomposizione politica volto a spezzare lo schermo dei subappalti e a trasformare una forza lavoro esternalizzata e stigmatizzata in un soggetto collettivo riconosciuto e legittimato.
Eppure Gls Italy e le sue articolazioni logistiche sono state già messe sotto inchiesta, tra il 2021 e il 2024, dalla magistratura milanese guidata dal pubblico ministero Paolo Storari. Ricorso sistematico a cooperative e società filtro che nascono e muoiono nel giro di pochi anni, fatture false per operazioni inesistenti, caporalato. Quanto sta accadendo a Napoli e provincia da anni, riflette lo schema descritto da Storari con una differenza fondamentale; mentre a Milano la Procura ha stabilito che il committente Gls Italy non può far finta di non vedere cosa accade nei propri magazzini, rendendolo responsabile in solido dei reati commessi dai fornitori, nella vertenza napoletana c’è un terzo anello della catena: la Temi Spa del signor Tavassi. In tal modo Gls Italy cerca di smarcarsi, definendosi un semplice franchisor, scaricando ogni colpa su Temi Spa e sui padroncini fornitori del servizio di consegna. E se a Milano l’inchiesta ha portato a maxi-sequestri e assunzioni, a Napoli sindacato e lavoratori denunciano che l’Ispettorato del lavoro e la magistratura locale non hanno ancora agito con la stessa fermezza contro la galassia dei subappalti-ombra di Tavassi e soci, attori con potere di mercato e relazioni consolidate all’interno delle istituzioni.
Gli scioperi e il blocco dei flussi dell’ultimo miglio hanno costretto le controparti a mutare strategia. Sebbene la reazione iniziale di Temi sia stata caratterizzata da un rifiuto pregiudiziale delle trattative, accompagnato da minacce verbali e dal ricorso alla forza pubblica per la rimozione dei picchetti, la persistenza del conflitto ha imposto l’apertura di un tavolo negoziale. Questa fase successiva ha condotto alla firma di un contratto di secondo livello e al riconoscimento formale di diritti precedentemente negati in ambito salariale e contributivo, segnando un primo, fondamentale punto di rottura nei confronti del regime di illegalità e sfruttamento preesistente.
Un altro risultato dei due anni di mobilitazione ha riguardato la riconfigurazione del ricorso al subappalto. La vertenza ha prodotto l’accorciamento della filiera distributiva, che ha visto la riduzione dei fornitori di servizi dell’ultimo miglio. Questa contrazione del subappalto non deve essere interpretata come un superamento automatico della frammentazione: sebbene diminuisca il numero di entità giuridiche intermedie, l’organizzazione del lavoro mantiene la medesima densità operativa, come dimostrato dall’invarianza del numero di furgoni impiegati e dal gioco sporco di scatole cinesi delle ditte fornitrici in combutta tra loro e la committenza. Questa ristrutturazione sembra rispondere più a un’esigenza di razionalizzazione del controllo che a una reale scomposizione dei processi distributivi e lavorativi.
E così arriviamo ai tempi più recenti. Dal punto di vista di committenti, padroni e padroncini, la mobilitazione ha ridotto il margine di profitto. Ossessionati dalla redditività, questi attori di mercato hanno preso le dovute contromisure. La contro-risposta aziendale si è articolata attraverso una strategia repressiva, una sistematica campagna di delegittimazione e svalutazione simbolica dei lavoratori in sciopero, volta a isolare politicamente la protesta e a ripristinare lo stigma sociale come strumento di disciplinamento. Tale offensiva si è concretizzata in un uso strumentale del potere disciplinare, con sospensioni e trasferimenti punitivi diretti contro i delegati sindacali.
Gls Italy è rimasta apparentemente a guardare. I padroncini sono andati a battere cassa dalla committenza, il signor Tavassi, per rinegoziare i termini dei contratti di appalto per il servizio di distribuzione. Tavassi ha risposto loro di affossare l’accordo di secondo livello siglato con il sindacato Sol Cobas a maggio 2024, esito della mobilitazione dei lavoratori. Dopodiché è stata creata una crisi artificiale. I volumi di merce sono stati spostati strategicamente su società satellite di Tavassi per giustificare un calo di lavoro e svuotare i magazzini dove la presenza sindacale è più forte, smistando le merci su filiere in cui regna ancora il lavoro nero e il mancato rispetto del contratto collettivo (in altre parole, dove la redditività è maggiore).
È evidente che la crisi attuale dei volumi non è frutto delle oscillazioni di mercato, ma di una disputa interna tra il signor Tavassi e i fornitori sulla sostenibilità economica delle tariffe per il servizio di consegna. L’obiettivo è quello di svuotare i magazzini per giustificare tagli al personale e minacciare i lavoratori con la cassa integrazione. La crisi artificiale è dunque funzionale all’annullamento degli accordi migliorativi.
I padroncini hanno aperto la cassa integrazione per i lavoratori sindacalizzati, attuata con modalità illegittime, senza autorizzazione Inps e al di fuori di ogni consultazione sindacale. Ciò avviene mentre nei magazzini Gls-Temi continua a regnare il lavoro povero, con personale contrattualizzato per quattro ore a 6,40 euro l’ora, ma costretto a turni reali di otto, nove ore senza pausa pranzo. L’esempio più evidente di questa gestione è avvenuto a inizio aprile con la Napoletana Transport. Non appena i lavoratori si sono sindacalizzati, l’azienda ha risposto con un messaggio WhatsApp: licenziamento immediato senza preavviso e disdetta dell’appalto con Gls. Chi si organizza per i propri diritti viene espulso dal circuito. I padroncini, invece di efficientare i processi, rispondono tagliando i diritti, negando i Tfr e attivando la cassa integrazione fittizia per scaricare sulla collettività il rischio d’impresa. Il tentativo di svuotare i magazzini e spostare le merci su filiere grigie è una manovra mirata a ricostruire la redditività laddove il sindacato l’aveva minacciata imponendo il rispetto dei contratti e della legge. Per il padronato, un lavoratore che pretende la trasferta a 25 euro e lo scatto di anzianità è un lavoratore che abbassa la redditività.
Il ricatto sul Tfr in cambio della rinuncia alla responsabilità in solido è l’ultimo tassello di questa logica: un tentativo disperato di ripulire i bilanci dalle passività accumulate, garantendo ai soci di Temi Spa margini di profitto liberi dai debiti verso chi quel valore lo ha materialmente prodotto guidando quei furgoni per le strade trafficate di Napoli e provincia.
Dinanzi a questo scenario, l’Ispettorato del lavoro appare come un’arma spuntata. Nonostante anni di denunce per lavoro nero e sfruttamento, nessun provvedimento concreto è stato eseguito. Anche il Tribunale di Napoli ha sollevato dubbi, ipotizzando reati quali l’interposizione illecita di manodopera e frode nelle conciliazioni passate. Ma dalle parole non siamo passati ancora ai fatti.
Dopo il blocco dell’hub di Marcianise del 13 aprile scorso, il Sol Cobas ha annunciato una mobilitazione permanente che coinvolgerà circa cinquecento lavoratori. La richiesta è una sola: l’internalizzazione immediata di tutti i corrieri e facchini presso Gls Entreprise. Non si tratta solo di una rivendicaizone sindacale, ma dell’applicazione di un modello di legalità già imposto dalla magistratura in altre parti d’Italia. Se a Milano si parlava di risarcimenti e stabilizzazioni a seguito delle indagini della magistratura, a Napoli la risposta dei padroni alla medesima crisi è stata la cassa integrazione punitiva e il ricatto sul Tfr, a dimostrazione del fatto che le aziende di Tavassi e soci preferiscono distruggere il fronte sindacale piuttosto che legalizzare la filiera.
La logistica campana è il laboratorio dello sfruttamento dalle persone alle persone. Sarà il tempo a dirci se qui il sistema verrà abbattuto. (andrea bottalico)
dicaizone sindacale, ma dell’applicazione di un modello di legalità già imposto dalla magistratura in altre parti d’Italia. Se a Milano si parlava di risarcimenti e stabilizzazioni a seguito delle indagini della magistratura, a Napoli la risposta dei padroni alla medesima crisi è stata la cassa integrazione punitiva e il ricatto sul Tfr, a dimostrazione del fatto che le aziende di Tavassi e soci preferiscono distruggere il fronte sindacale piuttosto che legalizzare la filiera.
La logistica campana è il laboratorio dello sfruttamento dalle persone alle persone. Sarà il tempo a dirci se qui il sistema verrà abbattuto. (andrea bottalico)










